Entrare in studio? Leggere attentamente le avvertenze!

Matteo Cantaluppi: “Essere artisti non significa dover strafare: ci vogliono lucidità, semplicità e soprattutto onestà.

Eleonora Montesanti per MusiCraft

 

Matteo Cantaluppi è ingegnere del suono, produttore e docente. Negli ultimi anni ha lavorato con diversi artisti, sia major sia indipendenti, tra cui Alberto Fortis, M+A, Francesco Renga, Thegiornalisti, Eugenio Finardi e molti altri. Il Mono Studio, il suo studio di registrazione situato a Milano, ha ospitato molti artisti italiani e stranieri, come le Vibrazioni, Howie B, Sananda Maitreya, Adam Green, Paola Turci, Malika Ayane e altri ancora. E’ insegnante alle Scuole Civiche di Milano, nella sezione IRMUS (Istituto di Ricerca Musicale) ed è insegnante certificato Avid Pro Tools. Attualmente vive tra Milano e Berlino.

Abbiamo intervistato Matteo Cantaluppi riguardo la sua attività di produttore artistico, l’importanza degli studi di registrazione anche nell’era della tecnologia e il confronto con gli artisti che lavorano con lui. Ne è uscita una testimonianza interessante e lucida, ricca di riflessioni e consigli per tutti coloro che, come noi, credono che la musica possa davvero essere un lavoro.

 

matteo cantaluppi studio di registrazione

 

La produzione discografica è una fase ovviamente fondamentale nello sviluppo di un progetto musicale. Dove finisce il lavoro di una band e comincia quello di un produttore artistico?

Il lavoro del produttore comincia nel momento in cui la band (o l’artista solista) ha bisogno di una visione esterna più oggettiva riguardo la propria musica. Non sempre gli artisti sono in grado di rendersi conto dei punti di forza o dei punti deboli della loro musica, arrivati ad un certo punto. Non è semplice per una band seguire alcune fasi della produzione con una certa lucidità, e sono rari (soprattutto nel mondo del pop) i casi di autoproduzione riuscita. Nemmeno band storiche come gli U2 o i Rolling Stones, dopo quasi cinquant’anni di carriera, vogliono rimanere sole in studio di registrazione. L’artista deve fare l’artista, e deve essere lasciato libero di sognare, scrivere, farti vedere il mondo attraverso i suoi occhi, senza doversi preoccupare troppo di aspetti tecnici o di marketing, per esempio; il produttore, nella mia visione, dovrebbe mettere un po’ di ordine, senza intaccare troppo l’intenzione originale. Nel mio caso, poi, praticamente entro nel mondo dell’artista/band, cerco di capire da dove viene, cosa gli piace, come si comporta, come parlano tra loro (nel caso di una band)…tutto quanto. Li aiuto a capire quali canzoni scegliere, decidiamo insieme quale sonorità avrà l’album, sistemiamo gli arrangiamenti, eccetera.

Divento un elemento aggiuntivo, insomma.

 

Negli ultimi anni, soprattutto da quando il digitale ha soppiantato l’analogico su tutti i fronti, il fenomeno dell’autoproduzione è dilagante: per registrare musica è sufficiente avere un computer, un buon software e la strumentazione giusta. Per un musicista (emergente o non) saper registrare è importante quanto saper suonare? E quanto è importante lavorare a lungo su una fase di pre-produzione?

Saper suonare è nettamente più importante, sicuramente. Secondo la mia opinione, per chi fa musica tradizionale e suonata (jazz, folk, rock, ovunque ci siano strumenti acustici ed elettrici suonati) valgono ancora le strutture classiche come gli studi di registrazione con ampie sale e acustica di un certo tipo. Anzi, tenderei a dire che bisognerebbe rivalutare strutture grandi, in grado di dare personalità al suono; bisognerebbe anche riprendere a registrare in presa diretta e velocemente, ove possibile. Sarebbe bene che la band, prima di entrare in studio di registrazione, imparasse a gestirsi da sola la pre-produzione musicale (che è fondamentale), per entrare in studio molto preparata, forte di una fase di pre-produzione autogestita. In un secondo momento ci si potrà permettere di noleggiare un bello studio per le registrazioni dell’album. Bastano tre o quattro giorni, a volte. Il produttore artistico dovrebbe essere presente già nella fase di pre-produzione musicale, indipendentemente dal genere.

Per il resto, sempre secondo me, ben venga il computer, soprattutto per certi tipi di musica. Io uso quasi solo il portatile, ad esempio.

 

Quando, invece, per un gruppo o un artista arriva il momento di fare un investimento maggiore e rivolgersi a uno studio di registrazione di grandi dimensioni?

Farei qualche distinzione. Nel caso di certa musica legata alla contemporaneità, quindi più computer-based ed elettronica, a volte non è necessario entrare in uno studio classico per finalizzare il lavoro, anzi, può’ essere dannoso. Potrebbe togliere quell’urgenza che riesci a cogliere solo in casa o nei piccoli studi. Investirei su software e qualche macchina analogica esterna al computer, ma rimarrei nel mio Home Studio. Ci sono ovviamente le eccezioni.

Per quanto riguarda le band, come dicevo nella risposta precedente, bisognerebbe tornare a suonare insieme, meglio, più preparati e in sale che suonano bene. Ci vorranno degli anni per ricominciare a farlo, ma è fondamentale l’ambiente che ti circonda. Per cui, fatta la pre-produzione musicale nel modo più dettagliato possibile, investirei su un bello studio di registrazione con delle belle sale per le registrazioni definitive. In fondo, se arrivi preparato, ti bastano pochi giorni. Per quanto riguarda il missaggio è un altro discorso… ci sono varie opzioni. Ma investirei di più sulla registrazione. Un prodotto ben suonato, ben ragionato e ben registrato vale molto più del mix e del mastering, per alcuni generi.

 

Quotidianamente lavori a stretto contatto con un innumerevole quantità di musicisti. Quali sono gli errori più comuni che commettono durante questa fase?

Posso dirti quali sono gli errori che vedo più spesso legati al tipo di produzioni che faccio io. Lavorando soprattutto con musicisti italiani del circuito più indipendente, vedo una certa esterofilia o smania di assomigliare a qualcosa di già esistente che a volte mi turba e rende tutto più difficile. Avere dei punti di riferimento certamente è importante, a volte anche copiare può essere interessante. Cercare di assomigliare a qualche cosa che in realtà non ci appartiene per nulla, o che non si è in grado di gestire, può creare dei danni. Non bisogna strafare, insomma… meglio fare quello che si è in grado di fare, con semplicità e onestà. Bisognerebbe essere lucidi.

 

Sempre a causa dell’enorme diffusione della tecnologia, fare un disco è diventato davvero facile, a discapito dell’esperienza, del talento e della qualità. Quest’eccesso di produzione ha portato ad una saturazione del mercato, soprattutto a livelli emergenti. La quantità, dunque, non va di pari passo con la qualità, anzi, la soppianta. In mezzo a questa giungla, come scegli i progetti da seguire?

Dico una frase da vecchio discografico: mi deve emozionare! E mi faccio dare una mano dal mio management, nella figura di Nicola Cani (della Foolica Records), perché penso abbia una sensibilità importante e molto vicina alla mia. E poi ho un mio mondo, non posso lavorare su tutti i generi, anzi. Mi limito ad una sorta di pop alternativo… c’è tanta musica bella, che mi piace, in realtà. Ma devo essere onesto, e capire dove non avrei le capacità per intervenire.

E’ vero che molta più gente può registrare musica, ma il talento vero ad ogni modo emerge sempre.

 

Quanti demo ti arrivano, all’incirca, in un mese? Quali caratteristiche devono avere per attirare la tua attenzione?

Non così tanti. Negli anni si è in qualche modo creata una sorta di rete invisibile, ed è quasi come se gli artisti o le band che mi contattano lo fanno perché sanno che lavoreremo insieme. Ci si cerca. Come dicevo nella risposta precedente, mi occupo di un genere limitato, e alla fine il cerchio si restringe. Per quanto riguarda le caratteristiche dei demo, cito una risposta precedente: devono contenere musica che comunichi qualche cosa, sinceramente non mi importa della qualità audio. Mi interessa il contenuto. E, come dicevo prima, mi da una mano Nicola Cani che, a volte, sa meglio di me su quali lavori posso dare il massimo.

 

E in che modo cerchi nuova musica da ascoltare (radio, webradio, webzine, riviste specializzate, )?

Mi aiuta molto il passaparola tra persone che stimo (e facebook, da questo punto di vista, è una bomba), webzine, radio (radio rai, qualche radio straniera…), concerti piccoli, festival… di tutto e di più. Non compro riviste cartacee, lo ammetto. Ho ricominciato a frequentare negozi di dischi (vinili), e spesso mi faccio consigliare dal negoziante. I CD, invece, non li voglio più vedere. Li sto vendendo tutti.

Ascolto SEMPRE musica. Ma non ad alti volumi.

 

Quali sono le differenze sostanziali nello svolgere il tuo lavoro in Italia e in Germania?

L’ambiente circostante. Mi sento più lucido e meno distratto, per ora. Lavoro un po’ a casa e un po’ in alcuni studi. E poi, lavorando comunque molto sempre con artisti nostrani, il fatto di farli schiodare dal loro paese per raggiungermi a Berlino li motiva molto di più. Tra l’altro mi capita di lavorare in alcune strutture davvero incredibili e stimolanti, come ad esempio il Funkhaus Studio.

Più o meno tecnicamente ormai gli studi si equivalgono, fatta eccezione per l’acustica degli spazi e a Berlino ho trovato dei posti davvero interessanti.

2 Comments

  1. […] ci ha raccontato Matteo Cantaluppi di Mono Studio: … sarebbe bene che la band, prima di entrare in studio di registrazione, imparasse a […]

  2. […] Smart Audio Solution Interview Antelope Audio Interview Sopravvivenza Musicale Interview Musicraft Interview Corso di Marketing, Management e Comunicazione Della Musica @Santeria, […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *